Maltrattamenti a Casa di Alice, tutti assolti: “stupore e preoccupazione” di Angsa.

Maltrattamenti a Casa di Alice, tutti assolti: “stupore e preoccupazione” di Angsa.

24/06/2018 0 Di Redazione

Cinque operatori erano stati condannati, nel 2014, per i maltrattamenti verso i ragazzi con autismo, svelati dalle telecamere nascoste. Ora l’assoluzione: per il Tribunale di Fermo, “il fatto non costituisce reato”. Angsa: “Misure ‘contenitive’ non possono essere giustificate come pratiche ‘salva vita. Speriamo che in appello sia fatta giustizia”

ROMA – Il Tribunale di Fermo ha assolto i protagonisti dei presunti episodi di maltrattamento presso Casa Alice, il centro diurno che a Grottammare accoglie ragazzi con autismo. Non ci sarebbero, per il giudice, prove sufficienti di reato per i cinque educatori, arrestati nel luglio 2014 e per i quali erano stati chiesti 6 anni (per il coordinatore) e 4 anni mezzo (per gli operatori). L’indagine era scattata a seguito delle segnalazioni di alcuni residenti della zona: i Carabinieri avevano quindi installato telecamere nascoste, che avevano mostrato immagini di pazienti nudi e chiusi a chiave in una stanza. L’assoluzione “perché il fatto non costituisce reato”: secondo il perito della difesa, i metodi utilizzati rappresentavano l’unico modo per contenere i ragazzi.

Alla notizia della sentenza, insorge Ansa Marche, l’associazione nazionale Genitori soggetti autistici che, “in attesa di conoscere il dispositivo della sentenza, esprime stupore e preoccupazione rispetto alla decisione del Tribunale. Già in passato – ricorda Angsa – dalla lettura di alcuni articoli pubblicati in difesa del comportamento degli educatori della Casa di Alice, con nostra grande costernazione avevamo potuto constatare come il ‘contenimento’ nella tristemente famosa ‘stanza azzurra’ era da molti considerato una prassi del tutto normale e consolidata nelle strutture che ospitano persone autistiche. Al contrario, noi continuiamo a sostenere che certe misure ‘contenitive’ non possano essere giustificate come pratiche ‘salva vita’, come se le stesse persone autistiche fossero colpevoli della situazione, non lasciando agli operatori altra alternativa che la costrizione per far fronte a un loro eventuale comportamento potenzialmente pericoloso per sé e per gli altri”.

Per Angsa, potrebbe anche essere accertata una “negligenza medica”, dal momento che “non ci risulta che in questi casi ci si preoccupi di indagare eventuali condizioni mediche, anche gravi, le quali poi possono sfociare in problematiche comportamentali di estrema gravità”. Inoltre, ricorda Angsa, “molte persone autistiche presentano un rischio di maggiore vulnerabilità a causa delle loro difficoltà o impossibilità a comunicare stati di malessere fisico o psicologico”, ma la maggior parte di loro, “pur potendo manifestare una certa aggressività nei momenti di crisi, rimane del tutto inerme di fronte a eventuali maltrattamenti di ogni genere”. A tal proposito, Angsa indica un approccio completamente diverso all’autismo e alle sue problematiche, che non è repressivo né tanto meno “contenitivo”, ma preventivo e non ‘sintomatico’. E prende in prestito le parole di Theo Peeters, una delle massime autorità mondiali per l’autismo, recentemente scomparso: “Per limitare o eliminare i sintomi, cioè gli eventuali comportamenti problematici è necessario trattare le cause. Se, al contrario, trattiamo i problemi di comportamento in modo sintomatico, ignorando le cause, questa è in sé una forma di violenza, o di negligenza, peggio ancora se l’educatore ricorre all’uso di punizioni. Da un punto di vista etico, è intollerabile che una persona ne punisca un’altra perché quest’ultima è incapace di comunicare come noi ”.

Per quanto riguarda il caso di questa, ma anche di altre strutture diurne o residenziale per ragazzi con autismo o altre disabilità, Angsa evidenzia le principali criticità, da cui possono derivare situazioni problematiche e addirittura episodi di violenza: il problema è nella scarsa razionalizzazione delle risorse, nella inadeguatezza della formazione professionale, nella carenza del personale (mal pagato e mal impiegato) e delle proposte, nell’assenza quasi generalizzata di seri controlli, nella mancanza di confronto e condivisione con le famiglie dei progetti individuali (ammesso che esistano)”.

Rispetto alla sentenza del Tribunale di Fermo, infine, “speriamo che in sede di appello possa essere fatta definitivamente giustizia, e che quanto avvenuto sia da monito per evitare che in futuro possano ripetersi esperienze di tale drammaticità in tutto il territorio nazionale”.

 

Fonte: Superabile.