Perché ho scelto di fare il mago (con disabilità): intervista a Christopher Castellini

Perché ho scelto di fare il mago (con disabilità): intervista a Christopher Castellini

19/12/2018 0 Di Redazione

Appassionato di magia fin da bambino, oggi è un illusionista della mente. Ed è tra i più bravi in assoluto: si è classificato terzo ai Campionati mondiali di questa arte. Di sé dice: “Porto anche la mia disabilità sul palcoscenico”

ROMA – “Stupore, meraviglia, bellezza: questo è la magia”. Christopher Castellini spalanca occhi e braccia quando parla di ciò che lo appassiona fin da piccolo. Lo ha intervistato Dario Paladini, giornalista di Redattore sociale, per la rivista SuperAbile Inail.

Christopher vive a Gottolengo, in provincia di Brescia, ha 26 anni e a otto sua madre gli ha regalato un mazzo di carte. Da quel giorno il suo sogno di bambino e poi di adolescente è stato quello di diventare un mago. Sogno avverato. Senza trucco, ma con tanta forza di volontà, studio e fantasia. Da quattro anni calca palcoscenici e studi televisivi per portare in giro la sua arte: alla trasmissione Tu si que vales!, nell’ottobre dell’anno scorso, la sua performance è stata vista da oltre sei milioni di telespettatori. Ha caricato il video dell’intervento sulla sua pagina Facebook e ha collezionato quattro milioni di visualizzazioni. Con il suo ultimo spettacolo, La scelta, riempie i teatri. Si è classificato terzo ai Campionati europei di magia, altrettanto ai Mondiali di luglio in Sud Corea. Per realizzare i suoi numeri ha dovuto cambiare alcune regole sceniche e inventarsi nuove tecniche: “Quando sei su un palco in carrozzina non puoi fare tutti i movimenti che sarebbero necessari secondo i canoni classici dello spettacolo – spiega –. E allora devi escogitare soluzioni alternative”.

Si definisce un illusionista della mente. Che cosa vuol dire?
Sono convinto che sia la mente il luogo in cui avviene la vera magia. Fin da piccolo sono stato attratto dall’illusionismo. Ma poi ho scoperto anche il mentalismo. Il mentalismo è un ambito dell’illusionismo che ha come fulcro la lettura del pensiero. Ho quindi deciso di unire le due dimensioni. L’illusionista può fare performance stando anche da solo sul palco, mentre con il mentalismo è fondamentale la relazione con gli altri. Nei miei spettacoli coinvolgo sempre le persone. Una parola che amo molto è armonia. Io cerco di entrare in armonia con il pubblico. E ciò è possibile se si è disposti ad ascoltare l’altro e a capire i suoi pensieri, i suoi desideri, le sue emozioni.

Quando ha scelto di far diventare la sua passione una professione?
L’ho sempre desiderato. Il problema, però, è che sono affetto da una malattia, la distrofia muscolare progressiva. Quando questa patologia ha cominciato a pesare sulla mia capacità di muovermi, ho pensato che non avrei mai potuto diventare un mago. Ho continuato a studiare da autodidatta, mi sono iscritto alla sezione bresciana del Club magico italiano e al corso di laurea in Scienze e tecnologie delle arti e dello spettacolo, all’Università Cattolica. Ho cercato di intraprendere altre strade professionali, fino a quando, nel 2014, sono andato negli Stati Uniti, a Las Vegas. Era un momento difficile, perché erano sfumate alcune opportunità di lavoro. Per puro caso incontro l’illusionista David Copperfield. Non dimenticherò mai quello che mi ha detto: “Keep on your magic”, coltiva la tua magia. Mi ha dato una spinta incredibile. Sono tornato in Italia e ho deciso di dedicarmi totalmente all’illusionismo. Ho partecipato a concorsi, sono stato incoraggiato da altri maghi, come Raul Cremona. E ora ho il mio spettacolo.

Quanto incide la malattia nella sua arte?
Se non avessi la distrofia muscolare, sarei comunque un illusionista della mente. Sono un mago nonostante la disabilità. Nei concorsi di magia non esiste la sezione per i disabili, non ci sono le Paralimpiadi dell’illusionismo. Detto questo, è anche innegabile che il fatto di essere in carrozzina mi dà una storia e un vissuto particolare. Quando un artista vuole portare qualcosa di sé sul palcoscenico, inevitabilmente va a comunicare qualche aspetto della sua vita personale. E io porto la mia vita e la mia disabilità sul palco.

Perché intitolare lo spettacolo La scelta?
Tutta la nostra vita è fatta di scelte. Scegliamo di fare o non fare qualcosa, di dire o non dire qualcosa. E sono scelte che trasformano la nostra esistenza. Lo spettacolo quindi parla delle nostre scelte, di quelle che abbiamo l’illusione di prendere o meno. Spesso pensiamo di non avere libertà di scelta. Non è vero. C’è sempre una possibilità. Anche nei momenti di buio possiamo trovare un’alternativa. Chi viene al mio spettacolo si aspetti quindi di vivere un’ora e mezza trasportato in una dimensione diversa da quella che vive quotidianamente, una dimensione in cui avvengono cose incredibili. Entra da spettatore e ne esce da protagonista della propria vita.

La chiamano in scuole e aziende per tenere incontri motivazionali. Di cosa parla?
Porto la mia testimonianza. Racconto la mia vita, la mia passione per la magia, le difficoltà che incontro e come le affronto. Rispondo alle domande, che spesso sono numerosissime. Cerco di portare un messaggio di positività e speranza. Anche quello che sembra andare storto fa scoprire altri aspetti dell’esistenza. La vita è un dono bellissimo: ognuno ha infinite possibilità. Dobbiamo scoprire l’unicità di ciascuno di noi. La bellezza di ognuno sta proprio nel fatto che siamo unici. Anche se non ci piacciamo. Bisogna imparare a guardare dentro di sé, vedere quali sono i nostri punti di forza, cosa possiamo cambiare e cosa possiamo accettare.

di Dario Paladini

Fonte Superabile.it